LA PREISTORIA
Le basse colline a ridosso del tratto finale del corso del fiume Noce hanno ospitato, fin dalla più antica preistoria, gruppi umani che hanno lasciato tracce significative del loro passaggio. 
In località Rosaneto è stato riconosciuto un insediamento all’aperto databile a circa 150 mila anni fa, che ha restituito una serie di strumenti ricavati da ciottoli e selci. In seguito alle successive glaciazioni, scomparvero gli insediamenti all’aperto, a vantaggio degli abitati in grotta. La cavità naturale di Torre Nave, posta quasi al confine col territorio di Praia, fu abitata nel corso del Paleolitico Medio e all’inizio del Paleolitico Superiore, circa 35 mila anni orsono; gli scavi, effettuati negli anni ‘60, hanno permesso di rinvenire strumenti litici e ossa di animali esposti nel Museo Civico di Praia a Mare. Come per il vicino territorio di Praia, alcune cavità naturali lungo la Fiumarella di Tortora sono state abitate anche nel corso dell’età del Bronzo.

GLI ENOTRI
Ma è con il VI secolo a.C. che le basse colline a ridosso della foce del Noce tornano ad essere fittamente abitate da popolazioni indigene (Enotri) stanziate da secoli nella Calabria settentrionale e nella Basilicata. Secondo una recente ipotesi, l’enclave etnico qui stanziato sarebbe l’altrimenti ignoto popolo dei Serdaioi di cui abbiamo notizia da fonti epigrafiche e numismatiche. Sul pianoro di San Brancato e lungo le pendici del colle Palecastro gli scavi hanno permesso di riportare alla luce nuclei di sepolture databili tra il 540 e il 450 a.C. circa, esposte nel museo. Le tombe sono semplici fosse rettangolari scavate nel terreno, all’interno delle quali si deponeva il defunto, in posizione supina, con il corredo di vasi e oggetti personali che ne caratterizzano il ruolo nella comunità e l’ideologia funeraria. Le tombe più antiche (540-510 a.C.) presentano in maggioranza vasellame di produzione locale e qualche vaso di tipo greco; quelle femminili hanno ricche parures di oggetti di ornamento in ambra: orecchini, collane, pendenti, bracciali. Le tombe della fase successiva (510-450 a.C.) mostrano un sempre maggiore grado di adeguamento alle mode greche, sia nell’ideologia funeraria che nell’uso di oggetti di importazione greca. Splendidi vasi attici a figure nere e rosse si affiancano ai caratteristici crateri con decorazione geometrica di produzione locale. 
Dall’area della necropoli di San Brancato proviene anche un eccezionale documento epigrafico che molto potrebbe svelare circa la natura della popolazione stanziata a Tortora. Si tratta di un cippo originariamente infitto nel terreno, iscritto su tre delle quattro facce laterali e sulla sommità; il lungo testo, purtroppo frammentario e incompleto, è stato redatto utilizzando l’alfabeto greco di Sibari; la lingua, invece, non è il greco, ma un dialetto italico di non facile lettura e interpretazione.

I LUCANI
Nella seconda metà del V secolo a.C., in seguito a vari eventi storici che provocarono la crisi di alcune colonie greche e l’indebolimento delle comunità enotrie, la popolazione dei Lucani scende verso Sud dalle contrade interne del Sannio e si impossessa di numerose aree della Basilicata e della Calabria.
A Tortora l’arrivo dei Lucani è documentato a partire dall’inizio del IV secolo a.C. dalla sovrapposizione di tombe con caratteristiche diverse rispetto ai sepolcreti enotri e dalla costruzione delle mura di fortificazione di Blanda sul Palecastro. 
Le tombe lucane (sale 3-4) che occupano tutto il IV secolo sono caratterizzate da una varietà di tipologie e di riti funerari. Accanto alle semplici fosse scavate nel terreno, come nella fase precedente, sono presenti anche tombe a incinerazione, del tipo cosiddetto “ad ustrinum”; si tratta di fosse rettangolari, scavate poco profondamente nel terreno, sopra le quali veniva allestita una catasta di legname sulla quale si deponeva il defunto col suo corredo di vasi e oggetti personali; quindi si dava fuoco alla catasta e si lasciavano sul posto i resti del rogo. 
Tra le tombe a fossa, particolarmente significative sono quelle “a cassone”: vaste fosse rivestite da grandi tegole di terracotta e poi coperte da un tetto a due spioventi di tegole e coppi, come la tomba 44 esposta nel museo (sala 4) e ricostruita nel suo aspetto originario. Il corredo di queste grandi tombe, destinate a personaggi eminenti della comunità, sia di sesso maschile che femminile, è caratterizzato da numeroso vasellame a figure rosse di produzione italiota e da vasi a vernice nera; compaiono anche anfore vinarie e grandi contenitori di derrate, oltre a interi set di oggetti in piombo che fanno riferimento all’uso di arrostire le carni: griglie, alari e gruppi di spiedi. 
Particolarmente interessanti alcuni vasi a figure rosse con scene figurate: grandi anfore, piatti e vasi per bere (skyphoi), grandi zuppiere con coperchio (lekanai). 
Alcune tombe, invece, sono di adulti di sesso maschile, guerrieri armati di lancia di ferro e cinturone di bronzo.
Poco sappiamo delle vicende di Blanda nel corso del III secolo a.C.; le aree di necropoli sembrano esaurirsi verso la fine del IV secolo a.C. e lasciano ritenere che la comunità sia sicuramente entrata in crisi già al tempo della spedizione di Pirro.


I ROMANI
La definitiva capitolazione ai Romani avviene tuttavia nel corso della guerra annibalica; lo storico romano Tito Livio racconta, infatti, che nel 214 a.C. il console romano conquistò la città di Blanda che diviene civitas foederata.
Dopo due secoli di vita stentata (assai scarsamente documentata dai resti archeologici), sul colle Palecastro, sede della città lucana fortificata, in seguito ai provvedimenti legislativi con i quali tra il 90 e il 50 a.C. la cittadinanza romana venne estesa a tutti gli italici, nacque il municipium di Blanda Julia; ad esso è dedicata l’ultima sezione del museo (sala 5). Gli scavi sul Palecastro hanno permesso di portare alla luce sulla sommità del colle la piazza del foro con il Capitolium, il tempio dedicato alla triade capitolina: Giove, Giunone e Minerva. A Sud-Ovest del foro è emerso un settore dell’abitato romano sovrapposto ai resti della fase lucana; lo scavo ha portato alla luce resti di ampie case organizzate intorno ad un cortile centrale e affacciate su strade rettilinee; i materiali recuperati sia nel foro che nel quartiere abitativo documentano le varie fasi di vita fino al VI secolo d.C., quando la città viene definitivamente abbandonata. 
Personaggio certamente eminente è il duoviro Marco Arrio Clymeno, magistrato supremo della colonia, al quale, verso la fine del I secolo d.C., il senato cittadino e la popolazione intera dedicarono una statua nel foro; l’imponente base in pietra con iscrizione dedicatoria fu rinvenuta casualmente sul Palecastro nel 1969 ed è oggi conservata nella sala consiliare del Comune. 
Marco Arrio possedeva fabbriche di mattoni coi quali sono stati costruiti molti edifici pubblici e privati sia a Blanda che nel territorio circostante fino a Scalea, Orsomarso e Grisolia, come mostrano i numerosi frammenti di laterizi recanti il marchio M.ARRI. Un monumento di grande importanza è il Mausoleo funerario in contrada Pergolo, recentemente scavato e restaurato e oggi visitabile. Si tratta di un grande edificio circolare costruito sopra la tomba dell’illustre defunto, le cui ceneri sono state rinvenute in un anfratto roccioso sotto le fondazioni. L’edificio non era accessibile; il muro anulare conteneva un tumulo di terra a sua volta internamente ripartita da strutture quadrangolari; sulla sommità del tumulo, a circa m 5 dal terreno, al centro della sistemazione a giardino, svettava la statua del defunto posta all’estremità del pilastro centrale rinvenuto nel corso dello scavo. 
La monumentalità dell’edificio e la rarità del tipo di mausoleo a tumulo in Magna Grecia, diffuso invece a Roma, nel Lazio e nella Campania tra I secolo a.C. e I secolo d.C., permette di attribuire questa tomba monumentale ad un importante personaggio dell’aristocrazia, forse, addirittura, ad uno dei fondatori della colonia. 
Un importante documento di piena epoca imperiale è il frammento di sarcofago esposto al Museo, appartenuto ad una Cominia Damianete, come ricorda l’iscrizione scolpita sul marmo, morta in giovane età intorno alla fine del III secolo d.C. 
Dalle fonti ecclesiastiche sappiamo che Blanda divenne precocemente sede vescovile, forse già tra fine IV e V secolo d.C., e lo rimase almeno fino al 743. Fondamentale riscontro archeologico a queste notizie è costituito dalla chiesa protobizantina rinvenuta a San Brancato nel 1999. 
Si tratta di un piccolo edificio a pianta centrale con ingresso ad Ovest e tre absidi, databile tra VI e VII secolo d.C.; all’interno e subito all’esterno sono state rinvenute alcune semplici tombe a fossa. 
La chiesa documenta il progressivo abbandono delle aree costiere, troppo esposte alle sempre più frequenti scorrerie saracene, e il ritiro dei nuclei superstiti verso siti più interni; tale processo culminerà con la nascita dell’abitato normanno di Tortora su uno sperone roccioso sulla Fiumarella di Tortora a circa km 5 dalla costa.

 

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